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STAZIONI LAICHE










di Michela Becchis

_ Pier Paolo Patti lavora da lungo tempo – e con una serie di progetti molto coerenti fra loro - sullo scardinamento del meccanismo che Marshall McLuhan, ormai nel lontano 1967, definì il sovraccarico informativo, che genera infine una sorta di narcosi delle sensazioni ritenute “moleste”, come ad esempio l’empatia.

L’intera opera dell'artista è costruita affinché emergano le sensazioni che possono nascere rispetto a ciò che non è immediatamente presente e disponibile come sensibilità. Viviamo tutti dentro una sorta di unico canale percettivo che costringe l’esperienza dentro la smaterializzazione.

Questa eliminazione di materia spesso induce chi è investito da questo sovraccarico a non essere partecipe ed emotivamente coinvolto nella rappresentazione di un dolore quale esso sia e ad attestarsi nel voyeurismo. Questo compiaciuto sbirciare si configura come uno dei temi dell’arte contemporanea sia di tradizione sia di ricerca attuale all’interno di un mondo culturale che pare sempre più in difficoltà di fronte a una sorta di anestesia collettiva.


Pier Paolo Patti produce paesaggi sensoriali non di tipo consolatorio, perché queste vere e proprie “stazioni” laiche che costruisce mirano a farsi rappresentazione drammatica. Sono un dispositivo installativo che sollecita e ricolloca la memoria visiva ma anche tattile, capace di includere elementi di spazio materiale – immagini di cose ordinarie e concreta, affollata presenza oggettuale - e spazi quotidiani - stanze buie e illuminate – spostati e ricomposti affinché possano funzionare da attivatori di interrogativi. Il suo lavoro è concettualmente pensato come un vecchio catalogo di biblioteca, dilata il tempo della vista dentro il tempo della spoliazione (aprire, cercare, concentrare la ricerca), che sarà poi il tempo della conoscenza e della formulazione di un pensiero in chi cercherà senso.

Patti restituisce inoltre corpo, nel senso di veridicità del fatto, capace di suscitare giudizio, a ciò che trae fuori dallo schermo, dal fiume di immagini tragiche che ci facciamo scorrere davanti allo sguardo, da ciò che è quindi per sua natura smaterializzato e privato di senso.


E poi veline, carte sovrapposte, immagini in serie stampate come antiche cianotipie, un universo cartaceo che si ricompone, in costante dialogo con oggetti la cui materialità rimanda alla fatica del lavoro e insieme chiedono all’interlocutore attenzione. Spostare e cercare le cose chiede una volontà e una disponibilità sensoriale che si trasforma in quella “commozione”, che è giudizio appassionato, messa in movimento verso altri, di cui scrive Patti citando Paolo VI. Opere molto articolate nella loro progettazione installativa per opporsi a quella che De Martino chiamò la “disarticolazione e crollo della presenza nel mondo”. Michela Becchis







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