LA GUERRA E L’ARTE








La pace, la Storia tatuata e quella che non sappiamo più leggere. Quel viaggio in macchina che si fa arte tra Mediterraneo, Ucraina e Russia

di Marco Monetta

_ “Est Memoriale” è un progetto del 2013 degli artisti visivi Pier Paolo Patti e Ciro Vitale reso ancora più espressivo dalla tragedia in corso. Patti ci racconta i 40 giorni all’alba della prima crisi ucraina: «Terra fatta di grano e cielo, come la sua bandiera, di grande promiscuità culturale. Il post Urss non può essere un incidente di percorso, l’Europa sia coerente con la sua umanità»

A soli dieci giorni di guerra, Kiev è sempre più sotto assedio, e l’idea di Europa per come la conosciamo non è mai stata così vicina dal crollare dopo l’attacco russo alla centrale nucleare più grande del continente, a Zaporizhzhia, circa 600 km dalla capitale. Sullo sfondo, lo spiraglio della diplomazia, con l’istituzione dei corridoi umanitari per l’evacuazione dei civili. Questa ad oggi l’istantanea a tinte fosche del conflitto in atto in Ucraina, 2.500 km ad est di casa nostra.

Un viaggio lontano dagli occhi, meno dal cuore, costretti dalle immagini di tv e social a metabolizzare l’assurdità della guerra dopo due anni di lacerazioni socio-economiche imposte dalla pandemia. Altro viaggio, che si fa arte dunque documento moderno di narrazione è quello intrapreso qualche anno fa da Pier Paolo Patti, artista del visivo, campano di Scafati, insieme al collega e conterraneo Ciro Vitale.


Est memoriale è un progetto artistico del 2013, che visto con la lente dell’attualità, a nove anni di distanza, assume probabilmente ancora più forza. Un viaggio di 40 giorni lungo 9.400 chilometri attraversando 13 stati, da Scafati in auto fino in Russia, in occasione della VIII Biennale di Shiryaevo, villaggio russo sul Volga tra Togliatti e Samara. Biennale che per il prossimo anno si è prefissata come tema quello della "fiducia". Chissà che non sia un segnale di speranza.

Un nastro documentaristico composto da 8.000 scatti fotografici, un progetto itinerante, in cui il viaggio stesso è divenuto materia dell’opera d’arte, fatto di esperienze e visioni che hanno costituito il corpus ideale di Somewhere , l’istallazione site-specific realizzata per la rassegna, un telo di circa 8 metri per 3 installato sul tetto di una dacia, in cui uno dei personaggi narranti incontrati, diviene icona delle antinomie e delle complesse problematiche storiche e sociali che hanno animato nel corso del ‘900 le terre dell’est. Il corpo stanco di un anziano soldato russo inviato nel ’61 alla Baia dei Porci a Cuba con Lenin tatuato sul cuore. Marchio identitario e patriottico che sarebbe dovuto servire in caso di cattura o caduta per mano yankee. Al collo una croce, per anni vietata dall’ateismo di Stato. «Un corpo scoperto per caso - racconta Patti -, che dice più di una cartina geopolitica».

«Quello di Est Memoriale è un viaggio ideologico che unisce l’Europa e la Russia all’insegna della coabitazione pacifica dei popoli, attraverso i Balcani, Odessa, Stalingrado, il Donbass, Togliattigrad, Auschwitz, il Mediterraneo, Kiev e Sarajevo - ci spiega Patti -». Idea totem, quello del sentiero della pace, oggi quantomai compromessa: «Quest’esperienza è diventata per noi faro e avvertimento senza volerlo, quando tornammo in Italia nell’agosto 2013 dopo poco iniziarono i primi scontri in Ucraina, una realtà che dopo sei mesi era già irriconoscibile. Poi la guerra civile si fece concreta, con le repubbliche filorusse del Donbass e di Donetsk nel 2014».


Un viaggio che fu, per i due artisti, una meraviglia della scoperta per due appassionati di arte, cinema e iconografia russa del ‘900, oltre che occasione di conoscenze interpersonali che oggi destano preoccupazione: «Sono in contatto con molte persone conosciute allora. Ascoltare le loro angosce fa male, quasi quanto le immagini che ci arrivano dai media e che nel caos del momento non ci aiutano a capire come si sia potuti arrivare ad una situazione del genere. Ascolto nomi di città e corro a cercarli sulla cartina, tra le mie foto, pensando all’abisso che c’è tra oggi e 9 anni fa».

Politica, religione, diseguaglianze. Quello di Patti è uno sguardo a tutto tondo di un artista che ha fatto della sperimentazione di linguaggi e media la sua cifra stilistica. Docente di Installazioni Multimediali presso l’Accademia di Belle Arti Santa Giulia di Brescia, Patti è stato anche ospite dell’ambasciata italiana a Teheran, in Iran, per una residenza artistica culminata nel progetto Roots, a metà strada tra un’opera e un’azione politica sul tema della pace tra i popoli del

«Non so quali saranno gli sviluppi militari - sottolinea -, ma dal mio punto di vista quello che accade è sintomatico anche del ruolo noi occidentali abbiamo deciso di cucirci addosso, quello di giudici delle vite e delle culture altrui. Putin è un dittatore, ed è coerente con un suo disegno da superpotenza folle ma estremamente radicato nella cultura russa. I prodromi di quello che accade oggi sono sotto i nostri occhi da anni, basti pensare alla Cecenia, alla Siria. Noi non abbiamo saputo far altro che categorizzare i profughi in base alla loro storia e alla loro etnia. Gli ucraini sotto attacco o la gran parte dei russi che non vuole questo conflitto non valgono meno della vita di chi si è spaccato i piedi nella neve al freddo del confine ungherese, o brutalizzato dai talebani in Afghanistan o nel dramma siriano. Dalla cultura, allo sport, dovremmo sforzarci di capire che la questione è un po’ più complessa dell’essere pro o contro Putin. Il nostro modello inattaccabile, nota Patti, ha preteso di chiudere in un cassetto la disgregazione di un impero come l’Urss come se nulla fosse. La storia, e la follia dell’uomo, ci sta tristemente presentando il conto».

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